lunedì 13 giugno 2011

Vi porto via di Luigi Carotenuto

Vi porto via di Luigi Carotenuto

Scheda Libro
Vi Porto via di Luigi Carotenuto
Edizioni Prova d’Autore
pp. 104
prefazione di Gaetano V. Vicari
Genere: poesia
Anno: 2011 (giugno)

Dalla prefazione a cura del prof. Gaetano Vincenzo Vicari
La poesia di Luigi Carotenuto è pervasa dalla malinconia e dal dolore che proviene dagli spazi più belli e, nello stesso tempo, più tristi dell’anima. Una consapevole scelta lessicale del campo poetico, una lucida compatibilità collocazionale dei lemmi, una rigorosa occorrenza posizionale dei termini impreziosiscono l’impalcatura versificativa dell’ampio edificio del ricordo. Persistenti e incisive immagini mentali costellano la volta poetica dell’universo  del Carotenuto, che riesce a piegare la parola al suo fulgente pensiero, focalizzando i nodi esistenziali dell’uomo, placcati di gioie e di effimere speranze. Il poeta ha la forza mentale e il rigore intellettuale per adagiare, con una saggia padronanza dei mezzi linguistici, la parola poetica nello scrigno stagionato della conoscenza. (…)
Un modello di sensibilità poetica (…). La sua poesia è uno studio dell’esistenza dell’uomo, un viaggio nei comportamenti vitali. Il poeta nella pienezza conoscitiva rileva che Qualcosa mancava per stare bene.

Dormire ho dormito / mangiare ho mangiato / lavorare ho lavorato / Vivere?/ l’ho dimenticato //  (Qualcosa mancava)

Riferimenti baudelairiani (Alla passante di Baudelaire), chiasmi (La gravità del peso o il peso della gravità), metafore e altre figure retoriche ancora puntellano l’impalcatura poetica del Carotenuto, che affetta con sagacia la realtà liricizzata… .

Biografia dell’autore
Luigi Carotenuto, nato a Giarre, dove vive, nel 1981. Lavora nell’ambito socio-pedagogico. Collabora con il periodico culturale l’EstroVerso (www.lestroverso.it) e con la rivista CriticaMente - Filosofia e Teoria delle Scienze Umane - a cura di Federico Sollazzo. Ha vinto la V edizione del concorso letterario Alimena sotto le stelle della letteratura, con la poesia Uscita senza acquisti. Nel novembre 2008 ha pubblicato l’opera prima L’amico di famiglia (ed. Prova d’Autore). Ha partecipato, in qualità di protagonista, al cortometraggio Kosme (2010) scritto e diretto da Vladimir Di Prima. Dopo L’amico di famiglia (ed. Prova d’Autore), Vi porto via è la sua seconda raccolta di liriche. luigicarotenuto@live.it


mercoledì 1 giugno 2011

Grazia Calanna L'Azzurro del Bene

Grazia Calanna L'Azzurro del Bene

Per ogni nuovo poeta che scopriamo si accende una luce che prima non c’era. Diciamo una luce per dire che qualcosa di magico si aggiunge alla capacità di capire probabili frammenti della vita e del suo mistero. Perché mistero è la vita e non solo per la imprevedibilità che in essa si annida, quanto per gli stimoli che ogni presenza di vita provoca intorno a sé, stimoli per reazioni che si manifestano per innestarne altre, e all’infinito. Grazia Calanna ha esordito da poeta dando alla silloge un titolo allusivo verso due miti della vita umana, il tempo e il silenzio.
(Crono silente – pagg. 80 - € 10,00 – Prova d’autore). È importante leggere quanto ha scritto nella sua impetuosa prefazione Savina Dolores Massa, una rapida sintesi che tanto contiene e più dimostra. Onestà di lettore vuole che si riconosca nella centrata definitorietà dell’intervento della prefatrice il grumo centrale di quanto Grazia Calanna ha distillato, con disinibita franchezza, quasi a proporre un canto ossimoro rispetto alla promessa (pur pienamente onorata) del titolo. Il fatto è – potrebbe essere avanzato – che il silenzio caratterizza chi ha riserve di cose da dire sulla umana condizione, e per dirle non ricorre al filtro dell’ambiguità ma al machete-maglio della propria verità, quasi a farne omaggio a quella inconfutabile regola che identifica la letteratura nella vita e non certo per la contingenza di ripararsi sotto un libro-manifesto del secondo decennio del secolo scorso: “Letteratura come vita” di Carlo Bo (1929). E dire che, quella volta, si era già appena alla soglia della stagione ermetica. Una stagione che fu amata dalla poesia e che resiste nella sua formula di calcolate reticenze, forse in omaggio a una delle pretese della lirica che privilegia i luoghi dell’inespresso, che rifugge i momenti del didascalico e del parenetico, per esorcizzare il pericolo del moralismo. Eppure proprio questa ultima considerazione potrebbe celare un limite assurdo al momento di poter essere adattata alla poesia. Perché la poesia è anzitutto la ricerca e l’affermazione del vero. Forse perché il vero è la parte nobile e destinata a sopravvivere, forse perché la verità è amata e cercata da tutti (come la poesia, appunto) anche se, ironia della sua sorte, la verità offende. Proprio così. Ma Grazia Calanna non propone offesa alcuna quando ci ricorda con i versi iniziali di “Briciole”, che “C’è chi concede briciole / avaro / C’è chi si sbriciola / altruista / C’è chi finirà in briciole / avido / C’è chi di briciole risorgerà /azzurro”. Il colore azzurro è qui significativo e può invitare a curiosare nella tavolozza dei colori che si succedono in “Crono silente” spesso accompagnati da riferimenti termici che complementano di allusività palesi le proposte della poetessa. Infatti i colori in Crono silente sono tanti, e il loro non è un ricorrere né un ricorrersi, se ne coglierà pieno il significato valutandone il pendant con le temperature, che tendono ai valori alti. Lasciamo ai lettori il piacere di scoprire la scala delle temperature, in Crono silente e segnaliamo quella dei solfori. Ed ecco come, tra grigi pag.19 e 42; pece, pag. 20 e nera pag.45, si giunge al plumbeo (pagg. 38 e 49) e dall’ebano i pag. 27 al cinerino della successiva al bianco della 29. In controtendenza con il vermiglio di pag. 18 che si coniuga al porpora (pag.37) e ancora allo scarlatto (pag. 56), isolando il rubino di pag. 40. L’azzurro e il celeste (pag. 44 e pag.56) negano il bianco e relegano il “buio” nel suo ricorrere tra le pagg. 22, 34, 37…. Lasciamo fuori, anche stavolta al piacere dei lettori, le centrate figuralità simboliche ma solo altro tra i segni rivelatori, che confermano la lealtà della scrittura creativa di Grazia Calanna, forte di tensione interiore autentica quanto “silente”, proprio in arrendevole intelligenza con le esigenze inesorabili del Tempo-Crono. Non resterebbe che il tentativo di entrare nel merito della forma. Banco di collaudo per la letteratura in genere, per la poesia in particolare. Ed è su questo fronte che si è chiamati alla responsabilità di definire quanto possa essere destinato a separare i momenti della cronaca da quelli della letteratura come vita. Un momento che si affida all’evidenza proprio nel caso di questo esordio di Grazia Calanna, che ha scelto di raccontare i momenti dell’inesprimibile subliminale ricorrendo alla formula di un diario in pubblico, tra le cui pagine non si svolge il canto di quanto raccolto o ripudiato, visto o ascoltato, ma il fedele diagramma di un’anima che reagisce, il tracciato di un percorso di sensibilità offesa, che ha disegnato i confini oltre i quali c’è l’azzurro del bene, più come ipotesi e speranza che come tesi ed esperienza. Un mondo nel quale non c’è molto da scegliere oltre “Conforme conformante conformismo / Catene impermeabili / schivano  il temporale perenne di un tempo / asservito all’antropica silente stoltezza”. Ecco l’imporsi della propria verità a dar nome e immagine all’inesprimibile, che tale finirebbe di essere se tautologicamente si ponesse fine, per sempre, all’ipocrisia e al pecorume del “come l’una fa le altre fanno”. Infinite sono le vie per dire il vero, Grazia Calanna ha scelto quella più semplice, quella di un tipo di spontaneità che fu tanto cara a Umberto Saba, il poeta che ci ha lasciato per insegnamento che “La notte vede più del giorno”, una lezione che Calanna porta in sé con  fiera consapevolezza e umile approccio, anche per non urtare più di quel tanto il “conforme conformante conformismo”, nel quale chi più chi meno, tutti continuiamo a vivere immersi, anche nei momenti in cui ci ergiamo a giudici degli altri, trascurando di giudicare, anzitutto. noi stessi.


(Mario Grasso)
http://www.lunarionuovo.it/?q=node/407  - Lunarionuovo - n. 43/53 nuova serie - Giugno 2011 -

giovedì 26 maggio 2011

CRONO SILENTE
Calanna una poesia senza carillon
Basterà ricordare un particolare del pensiero di Pitagora per orientarci nel castello di luci che Grazia Calanna ha disposto lungo le coinvolgenti pagine del suo primo libro di poesia "Crono silente" (ed. Prova d’Autore). Pitagora affermava che il mondo in cui viviamo è pervaso da una misteriosa armonia che noi non cogliamo perché vi siamo immersi fin dalla nascita e vi abbiamo fatto talmente abitudine da non essere più capaci di percepirne la caratterizzazione. Ebbene? Dopo aver letto le sessantatrè liriche di Crono silente, ne abbiamo acquisito una nostra chiave di interpretazione pensando alla proposta pitagorica, quella dello scorrere del tempo, acqua cheta che rovina i ponti, e quella dell’incessante duolo della vita, insito nella natura di ogni essere umano e quindi, a suo modo, "armonia" anche se amara e non dispensatrice di gioie e delizie: "Mondo ostile / traverso le tue lande desolate / ti ritrovo / lungo un tortuoso cammino / ripiegato su te stesso / orfano di verbi / (…) miscugli di cenere e lacrime amare / voglio dipingere quello che sento". Cenere e lacrime amare, dunque, potrebbe essere la costante della "armonia". Grazia non ha dubbi, infatti ci confida: "voglio dipingere quello che sento" perché è questa l’armonia del mondo, quella che tutti ascoltiamo fin dalla nascita e che non smette di seguirci lungo il tortuoso evolversi di questa vita nella quale ogni essere umano è delegato a portare dentro se stesso una propria croce. Una poesia, questa di Grazia Calanna, che cela, sotto l’accattivante accessibilità la via maestra del comunicare a ogni lettore, con l’ umiltà propria di chi non ha bisogno di belletti per presentare tutte le sfumature sull’impervio di ogni condizione esistenziale. "Senza carillon" ha scritto Savina Dolores Massa nella prefazione condivisa dalla magistrale nota di Mario Grasso in bandella. È, infine, la scrittura di Calanna, un coerente esempio di stile poetico, riconoscibile ad apertura di pagina per l’asciuttezza definitoria del verso, rigorosamente scevro da fumose esibizioni retoriche.
Stefania Calabrò

(La Sicilia – Cultura 25 maggio 2011)

mercoledì 25 maggio 2011

“L’Amico di famiglia”
di Luigi Carotenuto
Edizioni Prova d’Autore


Note trafugate alla vita con il coraggio di un equilibrista che, sagacemente, incede sull’impalpabile filamento del tempo. Intime corrispondenze, liriche le quali, a ridosso dell’apparente agevolezza, nascondono un’emotività peculiare che,  paradossalmente, può essere compresa protendendosi al di là della singola parola. “Piove a dirotto sulla via di casa”, il senso di smarrimento si attorciglia alla percezione di inadeguatezza, impossibile “aderire a questa realtà”, in nessun modo, “nemmeno con la colla”, e lo spasimo, al quale stoltamente “sbarriamo le porte come se la luce servisse a nascondere la notte”, spadroneggia “nell’identico modo di sempre”. Il pensiero dell’autore diviene lo specchio nel quale riflettendosi, come per prodigio, è possibile riverberare. “L’Amico di famiglia” di Luigi Carotenuto, edito da Prova d’Autore, prefato da Anna Vasta,  approfondisce gli assunti classici della versificazione i quali, per mezzo dell’impulsiva genialità del poeta, rifioriscono. Così, in un cosmo distinto dalla tenacia di una “precarietà” versatile, muta l’accezione del dolore, or ora, viatico per un appagamento, oltreché individuale, partecipato. Un canto pragmatico, garbatamente canzonatorio. Nondimeno, rivolto all’esistenza con gli “occhi danzanti” e fiduciosi di colui che lancia “un sasso”, poco importa che sia “piccolissimo” o, ancor meno, sia ignoto il destino che lo attende.
Grazia Calanna

domenica 22 maggio 2011

Le assi curve di Yves Bonnefoy (Mondadori)


Con la traduzione fedele di Fabio Scotto il mondo poetico di Bonnefoy si apre nel periplo dei ricordi, il libro inizia al passato (“Rauche erano le voci /delle raganelle la sera”); cieli estivi, crepitìo di fuochi e acque, sussulti vitali in un'intensa dialettica tra luci/ombre, notte/giorno, chiaro/scuro, parola/silenzio. Un universo a volte panteista e arcaico come in un dipinto di Delvaux o Böcklin, con apparizioni mitiche (Cerere, Marsia) e appelli accorati (che questo mondo rimanga, / malgrado la morte!”), dove l'amore a due è il tentativo di scalare l'assoluto (“i nostri corpi tentano il guado/ d'un tempo più vasto”) in una finitezza che vede tutto disfarsi e cedere all'ineluttabile (“tutto ciò, e che fu/ così nostro, ma/ non è che questo cavo delle mani/ in cui acqua non resta”). Il sogno fa da nocchiero tra le assi curve di barche-uomini desiderosi di poesia, passe-partout per la meraviglia (Io so che tu sarai, anche di notte, / l'àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia /E la legna raccolta, e la scintilla”); rivelatrice di presenze folgoranti può diventare una crepa nel muro (“Ci piaceva che la crepa nel muro/ Fosse quella spiga da cui sciamavano mondi”) nella ricerca a tentoni della felicità e dell'impossibile immortalità. Iridescenti narrazioni nostalgiche d'un vitalismo verbale e simbolico, inquietudini in versi in una lotta a tu per tu con i propri demoni: familiari, linguistici, religiosi.
                                                                                                       
                                                                                                           Luigi Carotenuto

sabato 21 maggio 2011

Retro Parole di Giuseppe Amoroso

Retroparole
 “Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente cosa gli è stato concesso di scrivere”. Il pensiero, fisiologicamente stuzzicante, di Jorge Luis Borges sovviene dopo aver letto Retroparole (Poesia italiana 1982 – 2009) di Giuseppe Amoroso (Prova d’Autore), incantevole raccolta - altresì invogliante - di recensioni letterarie rivolte ai versificatori che hanno animato - eternandolo - un trentennio esistenziale. Il paragrafo intitolato a Mario Grasso, alla “vocalità di una scrittura capace di mettersi al servizio di ogni tema”, alle  “architetture cariche di slanci su cui esercita il prezioso controllo”,  schiude il volume. E ancora, delicatezza e zelo, prestati alle opere di Bartolo Cattafi “poeta scarnificato” che “sfoltisce” sino “al fondo oscuro delle cose”; Lucio Piccolo, aedo “assorto” che con la “mescolanza di toni di un raffinato e flessibile canto” afferra “sfaldarsi dei sogni” e “caduta dei miti”; Giuliano Gramigna, ironico, nostalgico, consapevole di  “un’essenza granulare del mondo”; Antonio Porta dalla “forza del verso, tinteggiato di leopardiana malinconia”, capace di “unire patimento e speranza”; Milo De Angelis, “abbagliato da un universo tentacolare e sfuggente… mai sottratto all’improvviso prorompere della luce”; Patrizia Valduga, percorrente itinerari in apparenza battuti “per liberare nuove note e collocarle in un’originale biblioteca d’amore e di morte”; Dario Bellezza e la parola, “spavalda”, “barocca”, “lineare”, che “si impenna in alchimie verbali”; Valerio Magrelli, “salace”, che “pianta nei testi il cuneo della manomissione ironica”; Antonio Di Mauro e la “levità sospesa” che “accarezza i versi e li raccoglie integri in un’aria dipinta di soave lindura”;  Roberto Mussapi, “capace di trovare l’oltre dove vacilla la cornice dello sguardo”; Nelo Risi, accorto testimone di una “società che sbanda” e, non ultimo, di concerto con numerosi altri protagonisti della selezione, Andrea Manzi che con i propri versi, colmi di passione e di euforie, fa emergere “come spezzoni di un dominato caos metropolitano, anche i diafani colori della quiete”.
Grazia Calanna

Spoesie di Nadia Cavalera (Fermenti)

Spoesie
di Nadia Cavalera (Fermenti)
 
Si presenta armata la poesia di Nadia Cavalera. Armata di logos e pathos, ragione e pietà profonda per gli uomini che portano la croce quotidiana del precariato e delle ingiustizie sociali; pietà per la natura sottomessa, soffocata dall'ottusità politica e imprenditoriale. I suoi versi indignati mirano dritto ai veri problemi del nostro Paese, dagli abusi alla hybris del Presidente del Consiglio, con la complicità degli altri organi di Stato, fino all'inerzia colpevole degli elettori. “L'infelicità va sottoposta a critica”, scrive, “ché la vera salvezza c'é e tanta / al di fuori”; fuori da ogni ricatto morale, ideologico, venga dai partiti (senza risparmiare una Sinistra accomodante) o dalle autorità ecclesiastiche. Lessico rovente, caustico, parole in difesa del popolo, di quel “proletariato / violentato per definizione nei secoli dei secoli”, inviti alla Resistenza e al risveglio delle coscienze civili, etiche, morali, con la forza di un dettato lucido, libero (originalissima la punteggiatura), partecipato oltre che lirico “(: può esserci un sogno sopra il dirupo?)”. Nonostante tutto e tutti, un ostinato, religioso, credo quia absurdum “(: solo l'assurdo può essere creduto)” nei confronti di un riscatto umano e sociale possibile, da parte di una donna che si ridurrebbe “lontan'esule in un'umile stanza”, in autoesilio sacrificale, pur di veder riconsegnate alla nazione le proprie “armi belle”, ovvero la bellezza, i sentimenti, la giustizia e rifiorita così la vera humanitas.
                                           Luigi Carotenuto